La mezza maratona di Venezia, nove mesi di preparazione e gli ultimi tre chilometri nei quali la volontà ha avuto bisogno anche delle persone.
Quando, nel febbraio del 2025, ho deciso di prepararmi per la mezza maratona di Venezia, la motivazione era molto semplice: volevo dimostrare a me stesso di potercela fare.
Non cercavo un tempo da esibire o una nuova impresa da aggiungere al curriculum. Volevo prendere un impegno con me stesso e riuscire a rispettarlo fino alla fine.
La corsa, da questo punto di vista, è piuttosto onesta.
Non le interessa quale lavoro fai, quante persone gestisci o quanta esperienza hai accumulato. Non puoi delegare un allenamento, negoziare uno sconto sui chilometri o convincere le gambe con una bella presentazione PowerPoint.
Devi uscire e correre.
E devi farlo anche quando hai poco tempo, quando la giornata è stata lunga e quando l’entusiasmo del primo periodo comincia inevitabilmente a diminuire.
Nove mesi prima di un giorno
La gara era fissata per il 26 ottobre 2025.
Da febbraio fino a quella data, la mezza maratona è diventata una presenza costante nella mia vita. Non invadente, ma abbastanza concreta da chiedermi continuamente se stessi facendo davvero ciò che avevo deciso.
Ci sono stati gli allenamenti riusciti bene e quelli nei quali ogni passo sembrava più faticoso del previsto. Ci sono stati anche alcuni piccoli infortuni, abbastanza fastidiosi da interrompere il programma e costringermi ad accettare una cosa che non sempre mi riesce naturale: fermarmi.
Quando prepari una gara, il programma sembra darti l’illusione che tutto possa procedere in modo ordinato. Giorni, distanze, ritmi, recuperi. Poi arriva un dolore, una giornata storta o un imprevisto e comprendi che la disciplina non consiste nel rispettare ciecamente una tabella.
Significa soprattutto non perdere la direzione quando sei costretto a cambiare il passo.
In questo percorso sono stato seguito da Cristian Falcone, il coach con il quale mi alleno, e dal gruppo che ha condiviso con me tutta la preparazione. Allenarsi insieme ha significato avere un metodo, confrontarsi nei momenti di difficoltà e non affrontare da solo i mesi che portavano alla gara.
Una tabella ti dice cosa fare. Un buon coach ti aiuta a capire come farlo senza dimenticare la persona che deve sostenerla.
Una prova individuale che non affronti da solo
La corsa viene spesso descritta come uno sport individuale.
È vero: quando arriva la fatica, nessuno può percorrere i chilometri al posto tuo. Ma questo non significa che si debba affrontare tutto da soli.
Dietro la mia gara c’erano il lavoro di Cristian, gli allenamenti con il gruppo, gli incoraggiamenti e le persone che avevano condiviso con me i mesi della preparazione.
E poi c’era Laura.
Abbiamo corso insieme fin dalla partenza, condividendo il ritmo, le sensazioni e il modo in cui la gara cambiava chilometro dopo chilometro. La sua presenza non è stata soltanto un aiuto nella parte finale: è stata una compagnia costante lungo tutto il percorso.
C’era anche Michela, mia moglie.
Mi aveva accompagnato a Venezia e mi aspettava all’arrivo. Può sembrare un dettaglio secondario, ma per me non lo era.
Michela non vedeva soltanto il giorno della gara. Conosceva tutto ciò che era venuto prima: il tempo dedicato agli allenamenti, le piccole difficoltà, gli infortuni, le giornate nelle quali ero tornato soddisfatto e quelle in cui avevo cominciato a dubitare.
Sapere che l’avrei trovata al traguardo mi accompagnava molto prima di riuscire a scorgerlo.
Venezia non regala il finale
La mezza maratona parte da Piazza Ferretto a Mestre e arriva a Riva Sette Martiri, dopo 21,097 chilometri. Il percorso attraversa il Parco San Giuliano, il Ponte della Libertà e infine entra nel cuore di Venezia. Negli ultimi tre chilometri i corridori affrontano quattordici piccoli ponti sui canali, attrezzati con rampe di legno.
Quegli ultimi tre chilometri sono la parte che ricordo meglio.
Venezia era intorno a me, con la sua bellezza quasi irreale. Ma in quel momento non riuscivo a contemplarla come avrebbe fatto un turista.
Ogni ponte spezzava il ritmo.
Salivi, scendevi e dopo pochi metri ne vedevi comparire un altro. Le gambe erano stanche e la distanza sembrava dilatarsi proprio quando avrebbe dovuto iniziare a ridursi.
A quel punto non pensavo più alla preparazione, al programma o a come avrei raccontato la gara.
Pensavo soltanto:
Devo farcela.
Non “devo fare un buon tempo”.
Il tempo non lo dico. Non per mistero o civetteria: semplicemente, non è la parte importante di questa storia.
Dovevo arrivare perché per nove mesi avevo costruito quel momento. Perché avevo accettato le interruzioni, ripreso dopo gli infortuni e continuato quando il traguardo era ancora troppo lontano per essere immaginato.
Rinunciare proprio lì avrebbe significato lasciare incompiuta una promessa che avevo fatto prima di tutto a me stesso.
Laura, accanto a me fino alla fine
Laura e io avevamo corso insieme fin dalla partenza.
Avevamo condiviso tutta la gara, trovando un passo comune e attraversando insieme i momenti nei quali le gambe rispondevano bene e quelli in cui la fatica cominciava a farsi sentire.
Negli ultimi tre chilometri, però, per me qualcosa è cambiato.
I ponti spezzavano continuamente il ritmo e le gambe iniziavano a non rispondere più come avrei voluto. Laura avrebbe potuto continuare da sola, mantenere il proprio passo e portare avanti la sua gara.
Non lo ha fatto.
Ha scelto di restare accanto a me.
Non poteva togliere la fatica, rendere più bassi i ponti o accorciare la distanza. Poteva però fare qualcosa che, in quel momento, valeva molto di più: continuare a condividere con me il percorso proprio quando per me era diventato più difficile.
È una delle immagini che mi sono rimaste maggiormente.
Laura che avrebbe potuto andare avanti e che, invece, ha scelto di non lasciarmi indietro.
La corsa è piena di metafore facili, lo so. Ma alcune non hanno bisogno di essere costruite: accadono davanti a te.
Anche quella volta, proprio nel momento in cui avrei dovuto dimostrare a me stesso di potercela fare, ho scoperto che il successo non era stato un assolo.
Michela all’arrivo
Quando sono arrivato, ho trovato Michela.
Non ricordo il traguardo come una scena cinematografica. Non è scomparsa improvvisamente la fatica e non mi sono sentito trasformato in una persona diversa.
Ero stanco. Molto stanco.
Ma provavo quella soddisfazione silenziosa che arriva quando sai di avere portato fino in fondo qualcosa che avevi scelto molti mesi prima.
Il traguardo durò pochi secondi.
Tutto ciò che lo aveva reso possibile era durato nove mesi.
Ed è forse questa la ragione per cui la presenza di Michela era così importante. Non stava semplicemente aspettando qualcuno che aveva concluso una gara. Stava aspettando la persona che aveva visto prepararsi, fermarsi, ricominciare e continuare.
Volerlo non basta
Nei giorni successivi ho ripensato spesso a quella esperienza.
La conclusione più semplice sarebbe dire che basta volerlo.
Ma non è vero.
Volerlo è indispensabile, ma non basta.
La volontà è il punto di partenza. Poi deve trasformarsi in disciplina, abnegazione, perseveranza e disponibilità al sacrificio. Deve resistere alle giornate nelle quali l’entusiasmo si abbassa e il risultato sembra ancora lontano.
Un obiettivo comincia a diventare reale quando smette di essere soltanto qualcosa che desideriamo e diventa una responsabilità che siamo disposti ad assumerci ogni giorno.
La perseveranza, però, non significa ignorare i limiti.
Significa riconoscerli senza utilizzarli come alibi.
A volte vuol dire rallentare. Altre volte fermarsi e curarsi. Poi avere l’umiltà di riprendere da un punto diverso da quello che avevamo immaginato.
Anche il sacrificio, da solo, non garantisce sempre il risultato. Ma costruisce le condizioni perché quel risultato possa diventare possibile.
E poi ci sono le persone.
Quelle che preparano con te il percorso. Quelle che ti aspettano. Quelle che, quando la strada diventa più difficile, decidono di percorrerne un tratto al tuo fianco.
Il passo più importante non è quello che ti fa partire più velocemente. È quello che riesci a tenere quando l’entusiasmo ha lasciato spazio alla fatica.
Sono partito per dimostrare a me stesso di potercela fare.
Sono arrivato comprendendo che la volontà personale è decisiva, ma diventa molto più forte quando incontra un metodo, un gruppo, una persona come Laura, che ha condiviso con me l’intera gara e ha scelto di restare proprio quando avrebbe potuto proseguire da sola, e Michela, mia moglie, che conosceva la strada percorsa prima ancora del traguardo.
La mezza maratona di Venezia non mi ha insegnato che tutto è possibile.
Mi ha ricordato qualcosa di più concreto e, per questo, più vero: quando sappiamo davvero perché vogliamo arrivare, accettiamo anche il tempo, la disciplina e la fatica necessari per farlo.
E negli ultimi chilometri comprendiamo che farcela con le nostre gambe non significa necessariamente aver fatto tutto da soli.
Oggi dal mio taccuino
Il passo più importante non è quello che ti fa partire più velocemente. È quello che riesci a tenere quando l'entusiasmo ha lasciato spazio alla fatica.