Invisible Monsters
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Identità e Appartenenza

Invisible Monsters

di Chuck Palahniuk (2000) • 3 minuti di lettura
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Nasconde gli elementi secondari e conserva il punto raggiunto.
Shannon McFarland è una modella.

La sua vita dipende dall’immagine.

Bellezza, fotografie, sguardi, desiderio.

Poi un colpo di fucile le distrugge il volto e la priva della mandibola e della possibilità di parlare normalmente.

In un istante perde non soltanto il lavoro.

Perde il modo attraverso cui aveva imparato a essere vista.

La gente evita di guardarla.

Da persona osservata continuamente diventa quasi invisibile.

In ospedale incontra Brandy Alexander, una figura carismatica e imprevedibile che la trascina dentro un viaggio fatto di identità inventate, farmaci, case visitate durante gli open house e continue trasformazioni.

Ma il romanzo è costruito proprio per impedire al lettore di fidarsi troppo presto di ciò che crede di sapere.

Identità, relazioni e responsabilità cambiano progressivamente significato.

Palahniuk racconta così persone che cercano di eliminare la propria storia e scoprono quanto sia difficile ricominciare senza portarsi dietro qualcosa di ciò che erano.

Perché è importante per me

Quando perdiamo lo sguardo degli altri

Shannon vive di sguardi.

La sua bellezza è anche il modo attraverso cui il mondo le restituisce continuamente un’identità.

Poi quegli sguardi scompaiono.

Non perché lei sia diventata realmente invisibile.

Perché gli altri non vogliono più guardarla.

È una distinzione importante.

Quanto di ciò che pensiamo di essere dipende da come veniamo riconosciuti dagli altri?

Una professione.

Un ruolo.

Un corpo.

Una reputazione.

Possiamo convincerci che siano soltanto parti della nostra vita.

Poi basta perderne una per scoprire quanto profondamente vi avevamo costruito sopra la nostra identità.

Il corpo

Invisible Monsters porta questa domanda fino al corpo.

Non possiamo sostituirlo come cambiamo un lavoro o una casa.

Eppure anche il corpo può diventare qualcosa che cerchiamo continuamente di correggere per avvicinarlo all’immagine che vorremmo restituire agli altri.

Palahniuk esaspera questo meccanismo.

La bellezza non libera Shannon.

In un certo senso la imprigiona.

Perché finché tutti la guardano per ciò che appare, anche lei finisce per non sapere bene cosa rimanga dietro quell’immagine.

Reinventarsi

Brandy sembra avere una risposta:

possiamo diventare qualcun altro.

Cambiare nome.

Aspetto.

Storia.

Inventare un passato.

È un’idea seducente.

Ci sono momenti nei quali vorremmo davvero poter ripartire senza tutto ciò che ci precede.

Ma forse reinventarsi non significa cancellare.

Possiamo cambiare moltissimo.

Non possiamo fare finta che ciò che abbiamo vissuto non sia accaduto.

La libertà non sta necessariamente nel distruggere la persona che eravamo.

Può stare nel decidere quanto quella persona continuerà a scegliere per noi.

Essere visti

Forse è il tema che mi rimane maggiormente.

Siamo abituati a pensare che essere guardati significhi essere visti.

Non è così.

Possiamo ricevere moltissima attenzione e continuare a non essere conosciuti.

Shannon lo scopre nel modo più brutale.

Quando perde il volto che attirava gli sguardi, perde anche gran parte delle persone che sembravano interessate a lei.

E allora la domanda cambia.

Non più:

“Come faccio a farmi guardare?”

Ma:

“Chi rimane quando non ho più ciò per cui gli altri mi guardavano?”

Una riflessionePossiamo trascorrere anni costruendo l’immagine attraverso cui vogliamo essere riconosciuti e scoprire soltanto quando quella immagine si rompe quanto poco avessimo imparato a riconoscerci da soli.

Ciò che mi rimane

Invisible Monsters è volutamente eccessivo.

Personaggi estremi.

Corpi trasformati.

Identità inventate.

Situazioni quasi grottesche.

Ma sotto quell’eccesso c’è una domanda molto semplice.

Chi siamo senza ciò che utilizzavamo per definirci?

Non credo che esista un’identità completamente indipendente dallo sguardo degli altri.

Siamo anche ciò che le relazioni ci restituiscono.

Il problema nasce quando lasciamo che quello sguardo diventi l’unica misura disponibile.

Perché allora basta che gli altri smettano di guardarci per sentirci scomparire.

E forse il percorso di Shannon comincia davvero proprio quando diventa “invisibile”.

Quando non può più utilizzare il vecchio volto per evitare la domanda.

"Non sempre perdere l’immagine che avevamo costruito significa perdere noi stessi. Qualche volta è il primo momento in cui siamo costretti a chiederci chi ci fosse davvero dietro quell’immagine."