Questo libro mi ha fatto riflettere su:
Cosa ha lasciato a te?
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Lascia un commentoLa coscienza di Zeno
Leggi la bio dell'autoreIl libro che leggiamo dovrebbe quindi essere una sorta di autobiografia terapeutica.
Il problema è che Zeno non è un narratore particolarmente affidabile.
Racconta il vizio del fumo e le infinite “ultime sigarette”.
Il difficile rapporto con il padre.
Il corteggiamento delle sorelle Malfenti e il matrimonio con Augusta, che inizialmente non rappresentava affatto la sua prima scelta.
Il tradimento.
Gli affari.
La malattia.
La morte.
Ma ogni episodio viene filtrato dal suo sguardo e continuamente reinterpretato.
Zeno prova a spiegarsi.
E proprio mentre lo fa, finisce spesso per rivelare molto più di quanto vorrebbe.
Il romanzo diventa così non tanto la storia di una guarigione, quanto il racconto di un uomo che cerca continuamente una spiegazione capace di mettere ordine nelle proprie contraddizioni.
Perché è importante per me
Ho un rapporto particolare con questo libro perché l’ho incontrato molto presto.
Alle scuole medie.
Lettura estiva assegnata dalla professoressa di italiano.
Non ricordo di averlo trovato semplice.
Anzi.
È stata probabilmente una delle prime volte in cui ho avuto davanti un libro che mi faceva sentire chiaramente che non stavo comprendendo tutto.
Eppure mi intrigava.
All’epoca potevo seguire la storia, riconoscere alcune situazioni, divertirmi davanti alle infinite ultime sigarette di Zeno.
Molto altro mi passava inevitabilmente sopra.
La psicoanalisi.
L’inaffidabilità del narratore.
L’idea di malattia.
Il continuo lavoro che Zeno fa per raccontare a se stesso una versione accettabile della propria vita.
Sono cose che hanno bisogno anche dell’esperienza per essere comprese diversamente.
Ed è questo che trovo affascinante ripensandoci oggi.
Alcuni libri non finiscono quando giriamo l’ultima pagina.
Restano.
E quando li incontriamo di nuovo, magari molti anni dopo, scopriamo che nel frattempo siamo cambiati abbastanza da poter leggere ciò che allora non eravamo ancora capaci di vedere.
L’ultima sigaretta
È probabilmente l’immagine più famosa del romanzo.
Zeno decide continuamente che quella che sta fumando sarà l’ultima sigaretta.
La decisione gli dà quasi più piacere della sigaretta stessa.
Perché smettere definitivamente significherebbe rinunciare anche alla possibilità di ricominciare.
È un meccanismo molto umano.
Rimandiamo.
Stabiliamo una data.
Ci promettiamo che da lunedì cambieremo.
Questa sarà l’ultima volta.
Poi troviamo una ragione per spostare nuovamente il confine.
Zeno riesce persino a trasformare la propria incapacità di decidere in un rituale.
Ed è difficile non riconoscere qualcosa di noi in questo.
Non necessariamente nel fumo.
Nel modo in cui riusciamo a negoziare continuamente con le nostre intenzioni.
Raccontarsi senza conoscersi
La parte che oggi trovo più interessante è forse questa.
Zeno dedica moltissimo tempo all’analisi di se stesso.
Ma essere consapevoli non significa necessariamente essere sinceri con noi stessi.
Possiamo conoscere perfettamente i nostri comportamenti e continuare a costruire spiegazioni che ci proteggano.
Possiamo riconoscere una debolezza e trasformarla in un tratto inevitabile del carattere.
Possiamo perfino raccontare un errore con tanta abilità da finirne quasi assolti ai nostri stessi occhi.
Svevo anticipa così una domanda che ritrovo anche in Dostoevskij, pur con una scrittura completamente diversa:
quanto possiamo fidarci del racconto che facciamo di noi stessi?
Zeno e la malattia
Zeno si considera malato.
Ma nel corso del romanzo diventa sempre meno chiaro cosa significhi davvero essere sani.
Gli altri personaggi sembrano più sicuri.
Più determinati.
Più adatti alla vita.
Eppure quella sicurezza non li rende necessariamente migliori o più felici.
Zeno, invece, attraversa l’esistenza sentendosi continuamente inadatto.
Ma proprio questa sua irregolarità finisce quasi per diventare una forma di adattamento.
Svevo rovescia così il rapporto tra salute e malattia.
Forse nessuno è completamente sano.
Forse vivere significa anche imparare a convivere con una parte di squilibrio, contraddizione e incompiutezza.
Segui il filo
Memorie del sottosuolo — Fëdor Dostoevskij
È il primo collegamento che farei. Zeno e l’uomo del sottosuolo sono molto diversi, ma entrambi possiedono una coscienza che non produce necessariamente una vita più ordinata.
Il filo: capire molto di sé non significa automaticamente essere capaci di governarsi.
L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio — Haruki Murakami
Qui il collegamento riguarda il racconto che costruiamo sul nostro passato. Tsukuru vive per anni dentro una spiegazione della propria esclusione che nessuno gli ha realmente dato. Zeno modifica continuamente il significato delle proprie esperienze mentre le racconta.
Il filo: la memoria non conserva soltanto ciò che è successo; costruisce anche la storia attraverso cui proviamo a comprenderlo.
Alta fedeltà — Nick Hornby
Un collegamento più leggero ma molto riuscito. Rob Fleming e Zeno possiedono entrambi una notevole capacità di analizzare le proprie relazioni, accompagnata da una capacità altrettanto notevole di utilizzare quell’analisi per rimandare la responsabilità di crescere.
Il filo: possiamo conoscere molto bene le ragioni per cui sbagliamo e continuare a sbagliare nello stesso modo.
"Crescendo impariamo a raccontarci e qualche volta la spiegazione diventa così convincente che smettiamo di chiederci se sia anche vera."