Memorie del sottosuolo
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Libertà e Limite

Memorie del sottosuolo

di Fëdor Dostoevskij (1992) • 3 minuti di lettura
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Nasconde gli elementi secondari e conserva il punto raggiunto.

Un uomo senza nome, ex impiegato, vive isolato a Pietroburgo e decide di raccontarsi.

Ma raccontarsi, nel suo caso, non significa cercare comprensione.

Significa contraddirsi, provocare, accusare gli altri e poi se stesso.

L’uomo del sottosuolo è intelligente, estremamente consapevole e incapace di trasformare quella consapevolezza in azione. Analizza tutto fino a paralizzarsi. Disprezza gli altri e nello stesso tempo desidera disperatamente il loro riconoscimento.

Nella prima parte attacca l’idea che l’essere umano possa essere spiegato attraverso la ragione e che, conoscendo ciò che è nel suo interesse, finirà inevitabilmente per scegliere ciò che gli conviene.

Per Dostoevskij non è così.

L’uomo può scegliere consapevolmente qualcosa che gli fa male soltanto per dimostrare di essere libero.

Nella seconda parte quella teoria diventa vita.

Vediamo il protagonista cercare il riconoscimento di vecchi conoscenti che disprezza, umiliarsi nel tentativo di dimostrare la propria superiorità e infine incontrare Liza, una giovane prostituta alla quale sembra offrire una possibilità di salvezza.

Quando però Liza si avvicina davvero a lui, l’uomo del sottosuolo non riesce a sostenere quella vicinanza.

Trasforma la propria vergogna in crudeltà.

E ferisce proprio la persona che gli aveva offerto qualcosa che non sapeva più ricevere.

Perché è importante per me

È uno dei libri che meglio spiegano perché torno continuamente a Dostoevskij.

L’uomo del sottosuolo non è un personaggio al quale sia facile affezionarsi.

È rancoroso.

Vanitoso.

Contraddittorio.

Capace di comprendere perfettamente la propria miseria e, nello stesso momento, di continuare ad alimentarla.

Eppure è difficile liquidarlo semplicemente come un uomo sbagliato.

Perché alcune delle sue contraddizioni appartengono, in forme molto meno estreme, anche a noi.

Quante volte sappiamo quale sarebbe la scelta migliore e ne facciamo un’altra?

Quante volte comprendiamo perfettamente un nostro comportamento e quella consapevolezza non basta a cambiarlo?

Quante volte preferiamo proteggere l’orgoglio invece di ammettere di avere bisogno di qualcuno?

È questo che trovo straordinario in Dostoevskij.

Non ci permette di osservare il personaggio comodamente dall’esterno.

A un certo punto ci costringe a domandarci quanto sottosuolo esista anche dentro di noi.

E, in questo libro, c’è una frase che negli anni ha continuato a tornarmi in mente.

La frase che porto con me

«Io son poi da solo, e loro sono tutti.»

— Fëdor Dostoevskij, Memorie del sottosuolo, traduzione di Paolo Nori

Questa è una delle frasi di Dostoevskij nelle quali mi sono ritrovato più volte durante la vita.

Poche parole, quasi elementari. Eppure contengono una sensazione che conosco bene.

Quella di trovarsi in un momento nel quale ciò che pensiamo, ciò che sentiamo o la scelta che stiamo per fare non coincide con quello che sembra pensare il resto del mondo.

Non significa necessariamente avere ragione.

Ed è proprio questo il punto.

Essere soli in una convinzione non la rende più vera. Ma nemmeno essere in molti dalla parte opposta rende automaticamente vera quella degli altri.

Ci sono stati momenti nei quali ho sentito la distanza tra ciò che pensavo di dover fare e ciò che sarebbe stato più semplice, più rassicurante o più comprensibile agli altri.

A volte ho avuto ragione.

Altre volte probabilmente no.

Ma conosco bene quella sensazione: guardarsi intorno, vedere tutti da un’altra parte e dover decidere comunque se fidarsi del proprio giudizio.

Dostoevskij riesce a racchiudere tutto questo in una frase.

E naturalmente, nell’uomo del sottosuolo, quella solitudine può diventare anche orgoglio, risentimento, ostinazione.

Non è quindi un elogio dell’essere contro tutti.

È qualcosa di più scomodo.

È la domanda su cosa accade dentro di noi quando sentiamo di non appartenere alla maggioranza e non abbiamo più il conforto di qualcuno che confermi ciò che pensiamo.