Notre-Dame de Paris
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Identità e Appartenenza

Notre-Dame de Paris

di Victor Hugo (2002) • 4 minuti di lettura
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Nasconde gli elementi secondari e conserva il punto raggiunto.
Parigi, 1482. Attorno alla cattedrale di Notre-Dame si incontrano vite che sembrano appartenere a mondi completamente diversi. Quasimodo è il campanaro della cattedrale. Deforme, sordo e abituato allo scherno degli altri, vive quasi separato dal resto della città sotto la protezione dell’arcidiacono Claude Frollo. Esmeralda è una giovane danzatrice che attira desiderio, curiosità e pregiudizio. Frollo, uomo di Chiesa, sviluppa nei suoi confronti un’ossessione che progressivamente distrugge il confine tra desiderio e volontà di possesso. Il capitano Phoebus rappresenta invece per Esmeralda l’illusione di un amore che lei immagina molto diverso da ciò che realmente è. E poi c’è Quasimodo. L’uomo che tutti considerano mostruoso sarà proprio quello capace di vedere Esmeralda come una persona da proteggere, non come qualcosa da possedere. Hugo costruisce così un romanzo nel quale bellezza e deformità, amore e ossessione, appartenenza ed esclusione continuano a scambiarsi di posto. Notre-Dame non è soltanto lo scenario. È il luogo che osserva e contiene tutte queste vite, quasi diventando essa stessa uno dei personaggi del romanzo. L’opera è infatti un romanzo storico ambientato nella Parigi medievale e la cattedrale ne costituisce il centro narrativo e simbolico.

Perché è importante per me

La prima cosa che mi rimane di questo romanzo è una domanda molto semplice: quanto siamo condizionati dall’apparenza quando decidiamo chi abbiamo davanti?

Quasimodo viene giudicato prima ancora di parlare. Il suo corpo sembra sufficiente per definirlo. Non importa ciò che sente. Non importa ciò che è capace di fare. La società ha già deciso quale posto assegnargli. Ed è interessante che proprio il personaggio fisicamente più lontano dall’idea convenzionale di bellezza finisca per mostrare alcune delle forme più autentiche di cura e di fedeltà. Hugo ribalta continuamente lo sguardo. Ci obbliga a chiederci chi sia davvero il mostro. Quello che appare diverso? Oppure chi utilizza il proprio ruolo, la propria posizione o il proprio desiderio per togliere libertà a qualcun altro?

È una domanda che non appartiene soltanto all’Ottocento. Continuiamo ancora oggi a costruire rapidamente identità per gli altri. Il lavoro che fanno. Il modo in cui parlano. Il corpo. La provenienza. Una fotografia. Un comportamento. Poi, qualche volta, conoscere davvero una persona significa scoprire quanto fosse insufficiente tutto ciò che avevamo visto.

Amore e possesso
C’è poi il rapporto tra Frollo ed Esmeralda. Frollo desidera. Ma non riesce ad accettare che la persona desiderata possa essere libera di non scegliere lui. È lì che il desiderio cambia natura. Non riguarda più Esmeralda. Riguarda il bisogno di possederla. Questa distinzione mi sembra fondamentale. Possiamo desiderare una persona molto intensamente e continuare a chiamare amore qualcosa che, in realtà, riguarda soprattutto noi. Il nostro bisogno. La nostra paura di perderla. Il nostro orgoglio. La nostra incapacità di accettarne la libertà. L’amore riconosce l’altro. Il possesso cerca di ridurlo alla nostra volontà. Hugo mostra quanto possa diventare distruttiva la distanza tra queste due cose.

Quasimodo
È probabilmente il personaggio che rimane di più. Non perché sia semplicemente “buono”. La sua storia è molto più dura. È cresciuto nell’esclusione. Conosce pochissimo il mondo. Dipende profondamente da Frollo. Eppure l’incontro con Esmeralda produce qualcosa che nessuna delle persone considerate normali e rispettabili sembra capace di vedere con la stessa immediatezza. Quando lei gli mostra compassione, Quasimodo non dimentica quel gesto. Forse perché chi ha ricevuto poco riconoscimento sa quanto possa pesare un gesto apparentemente piccolo. Questo è uno degli aspetti del romanzo che trovo più umani. Non sempre sono i grandi avvenimenti a cambiare una relazione. Qualche volta basta essere stati trattati come una persona nel momento in cui tutti gli altri ci stavano trattando come qualcosa di diverso.

Lo sguardo degli altri
Notre-Dame de Paris è attraversato continuamente dallo sguardo. La folla guarda Quasimodo e ride. Gli uomini guardano Esmeralda e desiderano. Le istituzioni guardano le persone e le classificano. Pochissimi cercano davvero di comprendere. Ed è forse proprio qui che il romanzo supera la sua dimensione storica. Anche noi viviamo dentro una quantità enorme di giudizi rapidi. Vediamo molto. Conosciamo poco. E spesso confondiamo le due cose. La prima impressione diventa un’identità. Un errore diventa una persona. Una debolezza diventa un carattere. Una differenza diventa un limite. Hugo ricorda quanto possa essere ingiusta questa semplificazione.

Ciò che mi rimane
Forse la cosa che trovo più forte è che Hugo non distribuisce bellezza e mostruosità nei posti nei quali ci aspetteremmo di trovarle. Il volto non racconta necessariamente l’anima. Il ruolo non garantisce la moralità. La cultura non impedisce l’ossessione. La marginalità non cancella la dignità. Alla fine, Quasimodo ed Esmeralda appartengono entrambi, in modi diversi, a un mondo che li guarda prima ancora di conoscerli. E questo rende Notre-Dame de Paris molto più di un grande romanzo storico. È anche un libro sul bisogno umano di essere riconosciuti per ciò che siamo e non soltanto per l’immagine che gli altri hanno costruito di noi.

"Il modo in cui una persona appare può condizionare il nostro giudizio. Non dovrebbe mai sostituire il lavoro necessario per conoscerla."