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Identità e Appartenenza
Siddharta incontra maestri.
Li ascolta.
Ne riconosce il valore.
Ma a un certo punto comprende che la conoscenza di un altro non può sostituire completamente la propria esperienza.
È una distinzione importante.
Possiamo imparare da chi ha più esperienza.
Studiare.
Ascoltare consigli.
Leggere.
Farci accompagnare.
Ma esiste una parte del percorso che rimane inevitabilmente nostra.
Alcune cose diventano davvero comprensibili soltanto quando le attraversiamo.
Non perché gli altri non siano capaci di spiegarcele.
Perché mancava ancora in noi l’esperienza necessaria per capire quelle parole.
Si perde.
Diventa ricco.
Si lascia assorbire dal denaro, dal gioco, dal desiderio.
Arriva quasi a disprezzare la persona che è diventato.
Eppure anche quella parte della sua vita sarà necessaria.
È una cosa che trovo vera.
Guardando indietro siamo tentati di dividere facilmente le esperienze tra utili e inutili.
Scelte giuste.
Scelte sbagliate.
Tempo guadagnato.
Tempo perso.
Ma non sempre ciò che ci ha allontanato dalla direzione iniziale è stato inutile.
Qualche volta è proprio l’errore a renderci finalmente comprensibile una cosa che, prima, conoscevamo soltanto in teoria.
Scorre.
E allo stesso tempo sembra contenere ogni momento.
Siddharta impara ad ascoltarlo invece di pretendere continuamente una risposta.
Trovo molto interessante questa trasformazione.
All’inizio cerca qualcuno che possa spiegargli la verità.
Alla fine impara soprattutto a osservare.
Ad ascoltare.
A non separare immediatamente ogni esperienza in categorie opposte.
Successo e fallimento.
Piacere e dolore.
Partenza e ritorno.
Forse alcune comprensioni arrivano proprio quando smettiamo di volerle forzare.
Dopo avere cercato per tutta la vita la libertà di scegliere il proprio cammino, deve accettare che anche suo figlio possieda la stessa libertà.
E questo significa lasciarlo andare.
È molto più difficile applicare agli altri la libertà che abbiamo rivendicato per noi stessi.
Soprattutto quando li amiamo.
Vorremmo evitare loro errori che conosciamo.
Risparmiare sofferenze.
Indicare la strada più sicura.
Ma arriva un momento nel quale accompagnare significa anche accettare che l’altro possa scegliere diversamente.
A me lascia quasi l’impressione opposta.
Siddharta passa gran parte della vita cercando una verità capace di ordinare tutto.
Poi comprende che la vita non funziona necessariamente così.
Non esiste soltanto il momento giusto contrapposto a quello sbagliato.
La strada giusta contrapposta a quella sbagliata.
Il maestro giusto contrapposto a quello sbagliato.
Ogni esperienza modifica la successiva.
La disciplina dei samana.
L’incontro con il Buddha.
Kamala.
Il denaro.
La perdita.
Il figlio.
Vasudeva.
Il fiume.
Niente da solo contiene tutta la risposta.
Ma niente è completamente separato dal resto.
Forse è anche per questo che il libro continua a essere letto da generazioni diverse.
Perché parla della ricerca di qualcosa che cambia nome nel corso della vita.
Da giovani può essere identità.
Poi libertà.
Successo.
Amore.
Equilibrio.
Alla fine forse cerchiamo soprattutto di capire come tenere insieme ciò che abbiamo attraversato.
Siddharta
Premio Nobel per la Letteratura 1946
Leggi la bio dell'autore
Avevi lasciato qui la lettura.
Nasconde gli elementi secondari e conserva il punto raggiunto.
Siddharta è il figlio di un brahmano.
È intelligente, rispettato, preparato. Conosce i testi sacri e sembra destinato a proseguire la strada che la famiglia e la tradizione hanno già tracciato per lui.
Ma qualcosa non basta.
Le parole che ha imparato non gli restituiscono la conoscenza che sta cercando.
Decide quindi di lasciare casa insieme all’amico Govinda e unirsi ai samana, asceti che cercano di liberarsi dal desiderio attraverso privazione e disciplina.
Nemmeno quella strada è sufficiente.
Siddharta incontra poi Gotama, il Buddha, e ne riconosce la grandezza. Govinda sceglie di seguirlo.
Siddharta no.
Non perché rifiuti il suo insegnamento, ma perché comprende che l’esperienza che ha condotto il Buddha all’illuminazione non può essere semplicemente trasferita a un altro uomo.
Da quel momento il viaggio cambia.
Siddharta entra nel mondo.
Conosce Kamala, l’amore e il desiderio.
Impara gli affari da Kamaswami.
Accumula ricchezza.
Sperimenta il piacere e lentamente si allontana dalla ricerca con cui era partito.
Poi arriva un’altra rottura.
Abbandona tutto e raggiunge un fiume, dove incontra il barcaiolo Vasudeva.
È proprio accanto al fiume, dopo avere attraversato anche il dolore legato al figlio, che Siddharta comincia a comprendere qualcosa che nessuna dottrina gli aveva potuto insegnare: la vita non procede soltanto per opposizioni, e ciò che appare separato può appartenere allo stesso movimento.
Il romanzo, pubblicato nel 1922, mette insieme suggestioni della spiritualità indiana e buddhista con una ricerca molto occidentale sull’individuo e sull’autenticità.
È intelligente, rispettato, preparato. Conosce i testi sacri e sembra destinato a proseguire la strada che la famiglia e la tradizione hanno già tracciato per lui.
Ma qualcosa non basta.
Le parole che ha imparato non gli restituiscono la conoscenza che sta cercando.
Decide quindi di lasciare casa insieme all’amico Govinda e unirsi ai samana, asceti che cercano di liberarsi dal desiderio attraverso privazione e disciplina.
Nemmeno quella strada è sufficiente.
Siddharta incontra poi Gotama, il Buddha, e ne riconosce la grandezza. Govinda sceglie di seguirlo.
Siddharta no.
Non perché rifiuti il suo insegnamento, ma perché comprende che l’esperienza che ha condotto il Buddha all’illuminazione non può essere semplicemente trasferita a un altro uomo.
Da quel momento il viaggio cambia.
Siddharta entra nel mondo.
Conosce Kamala, l’amore e il desiderio.
Impara gli affari da Kamaswami.
Accumula ricchezza.
Sperimenta il piacere e lentamente si allontana dalla ricerca con cui era partito.
Poi arriva un’altra rottura.
Abbandona tutto e raggiunge un fiume, dove incontra il barcaiolo Vasudeva.
È proprio accanto al fiume, dopo avere attraversato anche il dolore legato al figlio, che Siddharta comincia a comprendere qualcosa che nessuna dottrina gli aveva potuto insegnare: la vita non procede soltanto per opposizioni, e ciò che appare separato può appartenere allo stesso movimento.
Il romanzo, pubblicato nel 1922, mette insieme suggestioni della spiritualità indiana e buddhista con una ricerca molto occidentale sull’individuo e sull’autenticità.
Perché è importante per me
Nessuno può vivere al posto nostro
È forse la parte del romanzo che sento più vicina.Siddharta incontra maestri.
Li ascolta.
Ne riconosce il valore.
Ma a un certo punto comprende che la conoscenza di un altro non può sostituire completamente la propria esperienza.
È una distinzione importante.
Possiamo imparare da chi ha più esperienza.
Studiare.
Ascoltare consigli.
Leggere.
Farci accompagnare.
Ma esiste una parte del percorso che rimane inevitabilmente nostra.
Alcune cose diventano davvero comprensibili soltanto quando le attraversiamo.
Non perché gli altri non siano capaci di spiegarcele.
Perché mancava ancora in noi l’esperienza necessaria per capire quelle parole.
Andare fuori strada
Mi interessa molto anche il fatto che Siddharta non raggiunga la propria consapevolezza seguendo una traiettoria pulita.Si perde.
Diventa ricco.
Si lascia assorbire dal denaro, dal gioco, dal desiderio.
Arriva quasi a disprezzare la persona che è diventato.
Eppure anche quella parte della sua vita sarà necessaria.
È una cosa che trovo vera.
Guardando indietro siamo tentati di dividere facilmente le esperienze tra utili e inutili.
Scelte giuste.
Scelte sbagliate.
Tempo guadagnato.
Tempo perso.
Ma non sempre ciò che ci ha allontanato dalla direzione iniziale è stato inutile.
Qualche volta è proprio l’errore a renderci finalmente comprensibile una cosa che, prima, conoscevamo soltanto in teoria.
Il fiume
Il fiume è probabilmente l’immagine che rimane più a lungo.Scorre.
E allo stesso tempo sembra contenere ogni momento.
Siddharta impara ad ascoltarlo invece di pretendere continuamente una risposta.
Trovo molto interessante questa trasformazione.
All’inizio cerca qualcuno che possa spiegargli la verità.
Alla fine impara soprattutto a osservare.
Ad ascoltare.
A non separare immediatamente ogni esperienza in categorie opposte.
Successo e fallimento.
Piacere e dolore.
Partenza e ritorno.
Forse alcune comprensioni arrivano proprio quando smettiamo di volerle forzare.
Il figlio
La parte del figlio rende il percorso di Siddharta meno astratto.Dopo avere cercato per tutta la vita la libertà di scegliere il proprio cammino, deve accettare che anche suo figlio possieda la stessa libertà.
E questo significa lasciarlo andare.
È molto più difficile applicare agli altri la libertà che abbiamo rivendicato per noi stessi.
Soprattutto quando li amiamo.
Vorremmo evitare loro errori che conosciamo.
Risparmiare sofferenze.
Indicare la strada più sicura.
Ma arriva un momento nel quale accompagnare significa anche accettare che l’altro possa scegliere diversamente.
Una riflessionePossiamo ricevere consigli, esempi e insegnamenti. Ma alcune verità diventano nostre soltanto quando la vita ci costringe ad attraversarle personalmente.
Ciò che mi rimane
Siddharta potrebbe sembrare un libro che invita a trovare una risposta definitiva.A me lascia quasi l’impressione opposta.
Siddharta passa gran parte della vita cercando una verità capace di ordinare tutto.
Poi comprende che la vita non funziona necessariamente così.
Non esiste soltanto il momento giusto contrapposto a quello sbagliato.
La strada giusta contrapposta a quella sbagliata.
Il maestro giusto contrapposto a quello sbagliato.
Ogni esperienza modifica la successiva.
La disciplina dei samana.
L’incontro con il Buddha.
Kamala.
Il denaro.
La perdita.
Il figlio.
Vasudeva.
Il fiume.
Niente da solo contiene tutta la risposta.
Ma niente è completamente separato dal resto.
Forse è anche per questo che il libro continua a essere letto da generazioni diverse.
Perché parla della ricerca di qualcosa che cambia nome nel corso della vita.
Da giovani può essere identità.
Poi libertà.
Successo.
Amore.
Equilibrio.
Alla fine forse cerchiamo soprattutto di capire come tenere insieme ciò che abbiamo attraversato.
"Non tutto ciò che ci insegna qualcosa arriva da una strada che avremmo scelto di percorrere. A volte comprendiamo davvero la direzione soltanto dopo esserci allontanati."