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Libertà e Limite
Non è un personaggio facilmente amabile.
E non credo debba esserlo.
Non cerca continuamente di spiegarsi.
Non costruisce una versione migliore di sé.
Non dice di provare qualcosa soltanto perché sa che sarebbe ciò che gli altri si aspettano di sentire.
Questa sincerità radicale non lo rende necessariamente una persona migliore.
Ma crea una domanda molto scomoda:
quanto della nostra vita sociale dipende dal provare realmente qualcosa e quanto dal sapere come dovremmo mostrarlo?
Esistono parole che pronunciamo perché le sentiamo.
E altre perché sappiamo che in quel momento sarebbe opportuno pronunciarle.
Meursault sembra incapace, o forse semplicemente non disposto, a fare questa seconda cosa.
Ed è anche per questo che diventa uno straniero.
Non soltanto agli altri.
In qualche modo anche al sistema di significati con cui gli altri cercano di interpretarlo.
Meursault deve rispondere di un omicidio.
E dovrebbe essere quello il centro.
Eppure durante il processo continua a tornare il funerale della madre.
Come se non avere pianto fosse diventato una prova del tipo di uomo che deve necessariamente essere.
È un meccanismo che riconosciamo anche fuori da un tribunale.
Partiamo da un comportamento.
Poi costruiamo una persona intera.
“Ha fatto questo, quindi è così.”
“Non ha reagito come avrei reagito io, quindi non prova niente.”
“Non ha mostrato dolore, quindi non ha amato.”
Abbiamo bisogno di coerenza.
Vogliamo che le persone siano leggibili.
Meursault non lo è.
Ed è proprio questa impossibilità di inserirlo dentro una spiegazione rassicurante a renderlo così disturbante.
L’assurdo, per me, non significa semplicemente che la vita non abbia senso.
La questione è più interessante.
Noi abbiamo bisogno di un senso.
Il mondo, però, non è obbligato a fornirlo.
Ed è nello spazio tra queste due cose che nasce il problema.
Vogliamo sapere perché.
Perché è successo.
Perché una persona è morta.
Perché qualcuno ci ha lasciati.
Perché una scelta ha prodotto una conseguenza.
Perché siamo qui.
Qualche volta una risposta arriva.
Altre volte no.
E allora dobbiamo decidere se inventarne una oppure accettare che alcune parti dell’esistenza possano rimanere senza una spiegazione capace di soddisfarci.
La morte non è più qualcosa che riguarda gli altri.
Ha una data.
Lo riguarda.
E davanti a quella certezza molte delle convenzioni che avevano occupato il processo perdono improvvisamente importanza.
Camus porta così il personaggio fino al limite più radicale.
Se la morte è inevitabile, cosa facciamo del tempo che la precede?
Non c’è una risposta rassicurante.
Ed è forse proprio questa assenza di consolazione a rendere il romanzo così forte.
Mi lascia con una domanda.
Quanto siamo davvero disposti ad accettare una persona quando il suo modo di sentire non coincide con il nostro?
È semplice difendere l’autenticità quando produce comportamenti che comprendiamo.
Molto meno quando quella stessa autenticità ci mette a disagio.
Meursault non possiede il linguaggio emotivo che il mondo intorno pretende da lui.
E il mondo, non riuscendo a comprenderlo, finisce per costruire una spiegazione.
Forse facciamo spesso la stessa cosa.
Davanti a ciò che non capiamo, invece di lasciare aperta una domanda, preferiamo una risposta.
Anche quando quella risposta dice più di noi che della persona che stiamo giudicando.
Lo straniero
Premio Nobel per la Letteratura 1957
Leggi la bio dell'autore
Avevi lasciato qui la lettura.
Nasconde gli elementi secondari e conserva il punto raggiunto.
Meursault vive ad Algeri.
Il romanzo si apre con la notizia della morte della madre. Va al funerale, partecipa alla veglia, osserva ciò che accade intorno a lui.
Ma non reagisce nel modo che gli altri si aspetterebbero.
Non piange.
Non costruisce parole per mostrare un dolore che non sente o che, almeno, non sa esprimere nel modo convenzionale.
Il giorno successivo incontra Marie, va al mare, al cinema, riprende la propria vita.
Poi, attraverso una serie di circostanze legate al vicino Raymond, Meursault si trova su una spiaggia e uccide un uomo.
Un arabo che nel romanzo non avrà nemmeno un nome.
Da quel momento Lo straniero cambia.
La seconda parte è dominata dall’interrogatorio, dal carcere e dal processo.
Ma progressivamente diventa evidente che ciò che la società giudica non è soltanto l’omicidio.
Viene giudicato anche il comportamento di Meursault al funerale della madre.
Il fatto che non abbia pianto.
Che il giorno dopo sia andato al cinema.
Che non abbia mostrato il dolore nel modo previsto.
Il processo diventa così anche il processo a un uomo che non ha rispettato il linguaggio con cui una società pretende che vengano espresse le emozioni.
Il romanzo si apre con la notizia della morte della madre. Va al funerale, partecipa alla veglia, osserva ciò che accade intorno a lui.
Ma non reagisce nel modo che gli altri si aspetterebbero.
Non piange.
Non costruisce parole per mostrare un dolore che non sente o che, almeno, non sa esprimere nel modo convenzionale.
Il giorno successivo incontra Marie, va al mare, al cinema, riprende la propria vita.
Poi, attraverso una serie di circostanze legate al vicino Raymond, Meursault si trova su una spiaggia e uccide un uomo.
Un arabo che nel romanzo non avrà nemmeno un nome.
Da quel momento Lo straniero cambia.
La seconda parte è dominata dall’interrogatorio, dal carcere e dal processo.
Ma progressivamente diventa evidente che ciò che la società giudica non è soltanto l’omicidio.
Viene giudicato anche il comportamento di Meursault al funerale della madre.
Il fatto che non abbia pianto.
Che il giorno dopo sia andato al cinema.
Che non abbia mostrato il dolore nel modo previsto.
Il processo diventa così anche il processo a un uomo che non ha rispettato il linguaggio con cui una società pretende che vengano espresse le emozioni.
Perché è importante per me
Essere sinceri o essere accettabili
È questo il punto che trovo più interessante in Meursault.Non è un personaggio facilmente amabile.
E non credo debba esserlo.
Non cerca continuamente di spiegarsi.
Non costruisce una versione migliore di sé.
Non dice di provare qualcosa soltanto perché sa che sarebbe ciò che gli altri si aspettano di sentire.
Questa sincerità radicale non lo rende necessariamente una persona migliore.
Ma crea una domanda molto scomoda:
quanto della nostra vita sociale dipende dal provare realmente qualcosa e quanto dal sapere come dovremmo mostrarlo?
Esistono parole che pronunciamo perché le sentiamo.
E altre perché sappiamo che in quel momento sarebbe opportuno pronunciarle.
Meursault sembra incapace, o forse semplicemente non disposto, a fare questa seconda cosa.
Ed è anche per questo che diventa uno straniero.
Non soltanto agli altri.
In qualche modo anche al sistema di significati con cui gli altri cercano di interpretarlo.
Il processo
È probabilmente la parte del romanzo che mi rimane maggiormente.Meursault deve rispondere di un omicidio.
E dovrebbe essere quello il centro.
Eppure durante il processo continua a tornare il funerale della madre.
Come se non avere pianto fosse diventato una prova del tipo di uomo che deve necessariamente essere.
È un meccanismo che riconosciamo anche fuori da un tribunale.
Partiamo da un comportamento.
Poi costruiamo una persona intera.
“Ha fatto questo, quindi è così.”
“Non ha reagito come avrei reagito io, quindi non prova niente.”
“Non ha mostrato dolore, quindi non ha amato.”
Abbiamo bisogno di coerenza.
Vogliamo che le persone siano leggibili.
Meursault non lo è.
Ed è proprio questa impossibilità di inserirlo dentro una spiegazione rassicurante a renderlo così disturbante.
L’assurdo
Camus pubblica Lo straniero nello stesso anno de Il mito di Sisifo, il saggio nel quale sviluppa la propria riflessione sull’assurdo.L’assurdo, per me, non significa semplicemente che la vita non abbia senso.
La questione è più interessante.
Noi abbiamo bisogno di un senso.
Il mondo, però, non è obbligato a fornirlo.
Ed è nello spazio tra queste due cose che nasce il problema.
Vogliamo sapere perché.
Perché è successo.
Perché una persona è morta.
Perché qualcuno ci ha lasciati.
Perché una scelta ha prodotto una conseguenza.
Perché siamo qui.
Qualche volta una risposta arriva.
Altre volte no.
E allora dobbiamo decidere se inventarne una oppure accettare che alcune parti dell’esistenza possano rimanere senza una spiegazione capace di soddisfarci.
La morte
Solo quando la condanna diventa reale Meursault sembra arrivare a una forma diversa di consapevolezza.La morte non è più qualcosa che riguarda gli altri.
Ha una data.
Lo riguarda.
E davanti a quella certezza molte delle convenzioni che avevano occupato il processo perdono improvvisamente importanza.
Camus porta così il personaggio fino al limite più radicale.
Se la morte è inevitabile, cosa facciamo del tempo che la precede?
Non c’è una risposta rassicurante.
Ed è forse proprio questa assenza di consolazione a rendere il romanzo così forte.
Una riflessioneUna società non giudica soltanto ciò che facciamo. Spesso giudica anche il modo in cui ci aspettiamo che una persona debba sentire, soffrire, amare o mostrare dolore.
Ciò che mi rimane
Lo straniero non mi lascia con il desiderio di assomigliare a Meursault.Mi lascia con una domanda.
Quanto siamo davvero disposti ad accettare una persona quando il suo modo di sentire non coincide con il nostro?
È semplice difendere l’autenticità quando produce comportamenti che comprendiamo.
Molto meno quando quella stessa autenticità ci mette a disagio.
Meursault non possiede il linguaggio emotivo che il mondo intorno pretende da lui.
E il mondo, non riuscendo a comprenderlo, finisce per costruire una spiegazione.
Forse facciamo spesso la stessa cosa.
Davanti a ciò che non capiamo, invece di lasciare aperta una domanda, preferiamo una risposta.
Anche quando quella risposta dice più di noi che della persona che stiamo giudicando.
"Essere diversi da ciò che gli altri si aspettano non significa necessariamente essere liberi. Ma rivela quanto spesso chiediamo alle persone di assomigliarci prima di provare a comprenderle."